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L'educativa di strada: un termine, tanti contesti Il termine "educativa
di strada" (o gli analoghi "lavoro di strada", "animazione di strada",
Street-work") non è ancora oggi inteso in modo univoco, alludendo ad esperienze,
ambiti di lavoro, obiettivi e destinatari anche molto diversi.
Per quanto riguarda i destinatari, esso può rivolgersi a casi di devianza
conclamata (tossicodipendenza, microcriminalità), a situazioni a rischio
(gruppi marginali, senza fissa dimora, famiglie multiproblematiche) ,
oppure anche solo a gruppi naturali, con una loro strutturazione informale,
in situazione di deprivazione culturale e di possibilità espressive. Anche
i luoghi
di lavoro possono perciò essere molto diversi, spaziando dalle strutture
socio-sanitarie
(SERT, USL, servizi socio-assistenziali), a servizi ad hoc (centri ascolto,
centri sociali),
ai luoghi di aggregazione spontanea (strada, cortili, bar). A monte di
queste differenze
sta la differenziazione degli obiettivi che possono essere di prevenzione
primaria (sviluppo
di competenze, orientamento e consulenza, promozione dell'aggregazione),
o secondaria (prevenzione dell'emarginazione e della devianza, sostegno
in situazioni di conflitto), oppure terziaria (prevenzione AIDS, riabilitazione,
reinserimento sociale/lavorativo).
Il panorama è, come si vede, piuttosto variegato. Considerando il quadro
delle esperienze europee di questi anni, come è emerso in significativi
convegni, è tuttavia possibile osservare due configurazioni generali con
scelte di fondo diversificate: nelle esperienze straniere il lavoro sembra
privilegiare proprio lo "stare sulla strada", a contatto con le situazioni
più disagiate, mantenendo un atteggiamento di disponibilità e di ascolto,
di condivisione, non necessariamente finalizzato
al collegamento dell'utente con altri servizi; in Italia, invece, le esperienze
sono più generalmente orientate verso la prevenzione primaria, lo sviluppo
di comunità e il coinvolgimento con la rete territoriale dei servizi.
Il servizio che si intende proporre non sembra orientarsi decisamente
verso una delle due direzioni, lasciando opportunamente aperte entrambe
le strade, sia per la sperimentalità dell'intervento sia per la sua natura
stessa, che richiede il massimo della flessibilità.
"Se la montagna non va a Maometto …"
Il lavoro di strada, comunque inteso, prefigura un'inversione delle
dinamiche di intervento sociale consuete: qui, infatti, non c'è un utente
che si rivolge ad un servizio, bensì degli operatori che cercano un contatto
con chi non manifesta, almeno esplicitamente, alcuna richiesta di aiuto
o mostra atteggiamenti di più o meno netta distanza dalle forme di convivenza
ed espressività socialmente condivise. Tutto questo richiede anche una
certa modificazione da parte del mondo adulto nel guardare alla "strada"
non solo come luogo negativo, di potenziale devianza, bensì anche come
possibilità aperta ad un protagonismo giovanile in cerca di un'espressività
spesso confusa, ma anche ricca di risorse positive; analogamente, occorre
guardare con una fiducia
di fondo alla libertà dei ragazzi che, pur tra sbandamenti ed errori,
costituisce la risorsa fondamentale per il loro sviluppo verso la maturità
ed un autentico inserimento nella società.
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